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La camera dei bambini

La camera dei bambini

gen 08 2014

È la letteratura per l’infanzia a consegnarci quel privato dominio in cui si svolgeva la giornata dei piccoli, sempre fra l’altro rammentando di dire la verità ogni volta che si presentavano dubbi o incertezze. Pel di Carota conosce i meandri di un labirinto adulto, dove può fare il filosofo senza che gli diano del matto o del delinquente: seguendo i suoi spostamenti si riconosce la verità della “camera dei bambini”, che un poco almeno è sempre fatta dai piccoli proprietari.
Mettere così in mostra le vere “camere dei bambini” con le complessità di stili e con la varietà delle opzioni da cui sono scaturite, è impresa rilevante e rischiosa. Da allontanare subito il facile dubbio intorno alla identità dei destinatari: erano destinate ai bambini oppure ai bambini ricchi? Per rispondere ci viene incontro Tom quando ci rammenta la fatica fatta per tirar fuori l’amico dall’immondezzaio e per ricondurlo nella ricchissima villa sulla collina. La vera camera dei bambini, in quello che Hemingway definì il capolavoro assoluto della letteratura americana, è allora forse la zattera, che sta tra la villa e il letamaio.
Ma le ragioni della mostar sono numerosissime. Osservando oggetti, forme, stili, proposte, si è indotti a fare i conti davvero con una realtà che noi adulti censuriamo e allontaniamo. Così, certamente, tra piccole sedie e piccoli lampadari, siamo in primo luogo costretti a fare i conti con una indubbia alterità. Diversi, distanti, immersi in un mondo che è sempre quello di Kenneth Gravame, dove le tribù degli adulti e dei bambini sono separate dal fortilizio creato dalla servitù, i veri proprietari di queste meraviglie gulliveriane ci pongono sempre tante domande. Sono splendide miniaturizzazioni di un mondo noto, però solo a prima vista. In realtà si mostrano e raccontano ad un tempo, così le continue, sottaciute allusioni alla letteratura per l’infanzia andrebbero ascoltate e rimeditate, una per una.
Ecco un poco di domande scelte fra quelle che nascono dalla mostra. Perché Remigio preferisce la strada maestra ai conforti che si ricavano quando si è “in famiglia”? perché il “fanciullo rapito” vorrebbe continuare a essere “rapito”?
Le infinite suggestioni che provengono da una mostra di questo tipo andrebbero tutte raccolte e discusse: Non sembra, per esempio, che la mostra ci offra uno splendido “ieri”, che si affianca ad un “oggi” dozzinale e alienante come quello di un celebre film di Truffaut?

Disegno e genialità artigiana, senso della quotidianità e segreti della storia: una mostra da studiare, non solo da vedere.

Antonio Faeti 

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